
Per infondere nuova energia alla già ampia palette di Slalom, la collaborazione con la designer, colorista e art director svedese Teklan per una nuova collezione cromatica si è rivelata un’evoluzione naturale. Come azienda con quasi due terzi del team composto da donne, per Slalom collaborare con Teklan ha un significato particolare: nella sua perfetta armonia con il proprio mondo creativo, il colore emerge dalla personalità della designer — naturale, vitale, profondamente intuitiva — prendendo forma attraverso i materiali con cui lavora. Nelle mani di Teklan, il colore diventa meno decorazione e più sistema: uno strumento progettuale preciso che regola l’atmosfera e modifica in modo sottile il modo di vivere lo spazio.

Come ti senti all’inizio di una nuova esplorazione cromatica?
Mi sento sempre incredibilmente entusiasta. Ogni progetto è un nuovo inizio con infinite possibilità — un universo a sé stante che posso iniziare a immaginare e modellare attraverso il suo linguaggio unico. Cerco di creare nuovi dialoghi — è così che vedo il colore e le combinazioni — e di costruire narrazioni che siano significative e perfettamente in sintonia con il momento.

Per la nuova palette Slalom 2026, come hai individuato le aree di opportunità all’interno della gamma esistente? Quali discipline hanno guidato la tua ricerca e cosa volevi apportare alla collezione?
I colori di Slalom non sono semplici pannelli decorativi — sono soluzioni architettoniche e un sistema d’interni completo. Ho analizzato la gamma attuale da questa prospettiva, guardando sia all’architettura che all’interior design.
Poi ho esplorato interni storici e contemporanei, combinandoli con le previsioni cromatiche future, concentrandomi sui pigmenti naturali e sulla mia visione di come gli spazi dovrebbero risultare confortevoli e ispiranti.
Durante il processo mi sono resa conto che mancavano alcune tonalità più morbide e rassicuranti — colori “da pittura murale”, con toni più complessi e una presenza più radicata — così ho iniziato a svilupparle: sfumature che non si limitano a vestire gli oggetti, ma interagiscono con l’architettura, assorbono la luce, definiscono l’atmosfera e modellano la percezione di uno spazio.

Molti di noi esitano a usare il colore negli interni, temendo che i toni più audaci possano diventare opprimenti nel tempo. È davvero un rischio? Un colore può evolversi con noi? E cosa rende una tonalità davvero “vivibile”?
Le neuroscienze suggeriscono che, anche se i nostri stili di vita sono moderni, le risposte del nostro cervello restano antiche. In generale funzioniamo meglio in ambienti sfumati, ispirati alla natura. Una stanza bianca pura, verniciata industrialmente e priva di pigmenti naturali, può risultare piuttosto stressante per il cervello.
Tuttavia, il colore non è mai assoluto: dipende sempre dal contesto. Prende vita in base alla luce, alla combinazione con altri colori e agli elementi dello spazio.
Ed è proprio questo che lo rende così interessante: è lo strumento visivo più potente che abbiamo, ma è sempre relativo, impossibile da definire in un’unica maniera.

Nella nuova collezione emergono accostamenti inaspettati — il delicato con il forte, il caldo con il freddo. Come determini il punto in cui il contrasto diventa armonia?
Mi piace combinare qualcosa di giocoso con qualcosa di più “grezzo” — un tono vivido, pastello o chiaro insieme a una sfumatura profonda, terrosa o smorzata. Il contrasto crea equilibrio, sorpresa e bellezza.
Sono profondamente attratta dalle palette analogiche — soprattutto combinazioni calde su calde che risultano ricche e avvolgenti. Scelgo sempre i colori in modo intuitivo: quando qualcosa “funziona”, allora è giusto.
La teoria del colore può guidarti, ma è solo un punto di partenza. Esistono molte teorie consolidate che offrono una base affidabile e possono servire da ispirazione nella scelta delle combinazioni, soprattutto in relazione alla posizione sulla ruota cromatica: monocromatiche, analoghe, complementari, complementari divise, triadiche, tetradiche, a quadrato e acromatiche con accento…
Ma ogni designer dovrebbe creare le proprie regole e il proprio linguaggio.

Il color forecasting viene spesso trattato come un bollettino meteorologico —ma la realtà è più lenta e sfumata. Nel tuo lavoro su superfici, tessuti, oggetti ed esposizioni, come capisci quando una tonalità è pronta per emergere?
È vero — molte previsioni sono guidate soprattutto da logiche commerciali, come la necessità della fast fashion di promuovere e vendere un nuovo colore stagionale. Questo naturalmente offre poco di rilevante o sostenibile come criterio di valutazione.
Tuttavia, le “tendenze” in senso più profondo sono modellate dal tempo, dal contesto e dalla società in cui viviamo. È questo aspetto che mi interessa e mi ispira. Per me si tratta di essere presenti e attenti — sentire il momento.
Da lì, la scelta di includere o escludere un colore diventa consapevole: ad esempio, “è appropriato abbracciare un colore “di tendenza”? Che cosa implica per il carattere di un determinato contesto e quali sono le sue conseguenze a lungo termine?”
Allo stesso tempo, le tendenze cromatiche seguono anche dei cicli: macro-cicli di 10–15 anni, cicli medi di 3–5 anni e cicli di revival a lungo termine che possono superare i 20–30 anni. Considerare questi ritmi può essere utile nell’analisi dei colori “di tendenza”.

Quando sai che un colore è “giusto”? C’è un momento di intuizione?
Sì, sapere che un colore è “giusto” è sicuramente una questione di intuizione — quando scatta qualcosa, quando si incastra e ha senso, e lo senti a livello istintivo.
Ma arrivarci è sempre un percorso. C’è anche una grande parte di ragionamento: capire il perché, come tutto si connette e il quadro generale. Creare una collezione è come mettere insieme un puzzle.

Il tuo approccio sembra molto tattile — puoi raccontarci la tua routine quotidiana in studio?
Come accennavo, cerco di creare nuovi dialoghi e costruire narrazioni che siano significative e in sintonia con il momento. Il mio studio a Stoccolma è il luogo in cui queste narrazioni prendono forma. È lo spazio a cui torno sempre, dove unisco viaggi, ricerca ed esperienze.
Qui prendo i colori e inizio a sperimentare, trasformando le idee in pratica. Non ho una routine fissa, a parte il caffè al mattino e una passeggiata a pranzo nel bosco vicino allo studio —il modo migliore per far “maturare” le idee.
Dopotutto, nessuno comprende il colore meglio della natura.

Nella tua vita personale, c’è un colore che ti accompagna costantemente?
Direi il pesca — anche se la tonalità varia — è sempre una sorta di colore base per me. È il perfetto equilibrio tra arancione e rosa: caldo, amichevole, delicato e morbido, ma con una luminosità propria.
Vivi a Stoccolma, ma viaggi spesso per lavoro. C’è un luogo recente che ha ispirato una tonalità particolare? E quando inizi a sviluppare un nuovo colore, da cosa parti?
Recentemente, a Madrid, ho visto una sfumatura di giada chiara — tra blu e verde — che ho trovato particolarmente interessante. Non vedo l’ora di integrarla più avanti, quando emergerà il contesto adatto.
Il primo elemento da cui parto è decidere quale tipo di atmosfera voglio creare nel nuovo colore; è da lì che inizia a evolversi tutto il resto.